L’ARTE DI DONATELLA CALÌ

Di Maurizio Pochesci


L’arte di Donatella Calì rappresenta, giocando sull’illogicità degli ambienti e dei oggetti narrati nelle proprie tele, un mondo improbabile, pur vivendo di oggetti e persone realmente esistenti. Il pubblico rimane a guardare il lavoro di un’artista che ha voluto nuovamente ricambiare le basi fondanti della propria produzione che è sempre in una continua evoluzione. Hanno un significato i lavori della Calì? È una domanda che ritorna forte e determinata, quasi incalzante, quando alle composizioni decisamente figurative si vogliono attribuire dei significati però che appartengono a un linguaggio indefinito, onirico, evanescente, psicologico, intimo, recondito. L’artista romana di origini siciliane, come delle volte ama puntualizzare, ha due strumenti di lavoro con cui ama relazionarsi e confrontarsi ogni volta che si accinge a realizzare la propria opera: la prospettiva diffusa su una visione stranita della percezione. Fonte primaria di ispirazione per lei è senza dubbio la dimensione onirica: ogni certezza è nei sogni afferma l’artista stessa. Personalità sognatrice ella pare racchiusa in una bolla di sapone, in cui coltiva facilmente la sua tendenza alla contemplazione e all’introspezione. Tuttavia, osservare le sue opere non è affatto come spiare dal buco della serratura, piuttosto è cogliere l’invito a entrare di chi ha lasciato appositamente l’uscio socchiuso. Con rara purezza scevra da ogni intellettualismo, la Calì ci permette di partecipare alle sue visioni, le visioni di un sognatrice che ha creato un’arte in funzione diretta della sua emotività: “Ho prodotto un’arte a misura di me stessa”. In queste sue ultime opere ha abbandonato le tonalità grigie per tornare indietro nel tempo. Le forme restano soffuse e sfumate, ma l’occhio può bearsi di un’infinita variazione tonale perfettamente modulata al punto da non risultare mai stridente o eccessiva: dominano i colori pastello, i rossi, i gialli, gli azzurri tenui. La vocazione decorativa dell’artista si sfoga in un turbine in cui nascono e muoiono fondendosi figure ed oggetti e macchie di colore e luce. I soggetti degli incubi ritornano, ma si purificano, sono come chiarificati, visti attraverso l’acqua di una limpida sorgente. Oggetti e persone si incontrano e si confrontano o, semplicemente, illusioni ottiche, affascinanti ercezioni che scavano nel nostro animo, proiettandoci in qualcosa di non tangibile, magari inquietante, ci onducono verso una visione che tocca le nostre ossessioni, i nostri sogni più nascosti, proprio perchè raffiguranti oggetti e ambienti indefinibili e non classificabili. Donatella come artista, secondo il mio parere, tende verso la scuola dei surrealisti con divagazioni nel Simbolismo, concedendo alla sua produzione un’aurea quasi onirica, confusa, impercettibile e introspettiva. La Calì è un’artista per la quale la luce – come affermava André Derain – “è sostanza della pittura”. Un’affermazione che va intesa sia in senso fisico, perché attraverso le sue modulazioni d’intensità essa genera le forme e i colori, sia in senso lato, perché, come qualità spirituale, è in grado di svelare quel che non si può cogliere a occhio nudo, con un approccio esclusivamente retinico. La sua ricerca pittorica si configura come una sorta viaggio all’interno del sé, una ricognizione non tanto psicologica o psicoanalitica, ma piuttosto medianica e archetipica, che la conduce a indagare la struttura della realtà ultrasensibile. La sua pittura si svolge sulla tela con campiture di colore, toni e mezzi toni, elaborati con impressionistica tensione dinamica ed abilità disegnativa. Nelle sue opere si passa così, come soggettistica, dalle forme naturali, ripercorse nelle prime produzioni della fase ealistica perseguita dall’artista, alle forme che si intersecano nel loro essere finite e non finite, possibili e impossibili, definite e indefinite, quasi concependo una tela in cui si incontrano e confrontano, con una conseguente illusione, elementi reali con elementi inventati, totalmente quasi fantastici possiamo dire, spesso posti nell’opera in una posizione che copre una vicina superficie, tanto da scavare spazi nuovi di indefinitezza e di nuove ricerche estetico contenutistiche. Dimensioni che sono coperte, risultano celate e nascoste, e dimensioni che si costruiscono attraverso l’immaginazione in un gioco prospettico nuovo e dirompente in un passaggio di scala che vedono un ridimensionamento delle figure e una loro riproposizione inducente a una riflessione su un significante che diventa significato. Con le sue opere ci introduce nella dimensione dei mondi paralleli, delle vite parallele, delle esistenze parallele. In esse possiamo appunto notare la contraddizione di figure che non si sovrappongono ma che agiscono parallelamente, in modo quasi contiguo, senza scadere nell’incertezza del tratto compositivo. «Da qualche parte c’è un universo parallelo, un oltre, dice infatti la Calì «mi piace pensare che il mio lavoro rifletta quel luogo.»

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