GIANPAOLO BERTO

Di: Maurizio Pochesci

La produzione dell’artista Gianpaolo Berto vede nella sua evoluzione artistica, accanto all’incisione e alla classica pittura di paesaggio a olio su tavola o su tela, figurare un esplosione di acrilici, di collages, assemblaggi, appropriazioni, creati con materiali di recupero e vario merchandising preso nei mercatini, in un puro spirito di ricerca, nel senso di una sintesi dell’intera esperienza figurativa del Novecento.

Ma nella pittura di Berto, la liberta’ del segno plastico, netto e costruttivo, l’operare sia con i colori primari che con trasparenze cerulee, con formati, tecniche e materiali tradizionali, con simboli e storie antiche e moderne, gli consente di toccare ogni corda dell’animo umano. Il collagista strappa pezzi di realtà dopo averli sezionati con cura ricomponendoli secondo la propria visione. Rompe per ricostruire. Recupera materiale di scarto o destinato all’abbandono a scopo ricreativo, valorizzando cio che apparentemente non ha valore.

Realtà che non hanno più senso si rigenerano nuovamente in nuove realtà.

Il collage permette di esplorare una nuova realtà temporale altrimenti preclusa, prelevandone i pezzi preferiti. Conciliare cose, pensieri, forme d’arte, stili, linguaggi apparentemente inconciliabili è lo scopo del collage che così diviene un’avventura dove tutto può essere, tutto può divenire.

I ”Redi Made” sono veri e propri dipinti fatti con oggetti, pitture, reliquie che raccontano la storia di un momento: l’oggetto di consumo usato e gettato rinasce nuovamente a nuova vita nell’elevata dimensione dell’arte.

“…Per recuperare il bambino perduto in se stesso, Berto non ha scelto fra diverse possibilità messe a disposizione: non ha potuto fare altro che diventare artista. In un mondo dell’arte in cui la necessità è diventata un’opzione purtroppo trascurabile, sorprende notare quanto per Berto l’arte sia stata per sempre una necessità esistenziale, dalla quale non può prescindere, indispensabile. Se ne era accorto Guttuso, sottolineando l’incontrollabile desiderio di esprimersi del giovane Berto. Ecco perché il Polesine di Berto non è una trascrizione letterale o poetica, ma un campo dell’immaginazione la cui dimensione possiede un carattere più assoluto di quanto non potrebbe essere quella circoscritta soltanto a una certa terra o una certa cultura: tutti abbiamo un nostro Polesine da recuperare, una originaria purezza di sentimento e d’immaginazione che abbiamo compromesso con il passare del tempo, un bisogno di piacere totale, senza limiti, come quello che avevamo contemplato durante l’infanzia. Ecco perché l’arte di Berto non ha una funzione terapeutica e maieutica solo per l’autore, ma per chiunque si accosti a essa: è necessario i meccanismi primari della nostra infanzia, gli stessi con i quali ci accingevamo a lavorare giocando o a riconoscere la veridicità un’improbabile fiaba, per stabilire con essa il giusto contatto. Ha ragione Berto, siamo tutti vecchi, non solo lui, ma solo perché ci siamo dimenticati di essere stati bambini. Se è vero che la maturità di un uomo non è altro che il “recupero della serietà con cui il bambino gioca, come ha giustamente detto Nietschze, Berto ci invita a prenderne atto con quello che in tal senso rimane il” gioco dei giochi”, l’arte.(Sgarbi)

Berto ha il sentimento e il senso del colore nel DNA.Un sentimentom reso sublime dall’esperienza umana dell’artista e dall’amicizia che lo ha visto legato ad alcuni dei protagonisti della cultura europea del dopoguerra: primi fra tutti Carlo Levi e Tono Zancanaro, che riconosce come suoi maestri, ma anche Giorgio De Chirico, Guttuso, giusto per citarne alcuni.

Berto ha dichiarato:” la pittura è il diario della mia vita spirituale” In effetti ogni suo lavoro da persona colta quale è una miscellanea di vari e disparati valori: filosofici, letterali, esoterici, ermetici, fusi nel sincretismo dell’alchimia artistica”.

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